Comitato verità per Aldo


Comitato verità per Aldo

Syndicate content
Aldo Bianzino comitato verità Aldo Bianzino Perugia repressione carcere Capanne
Updated: 2 days 4 min ago

IL GIP ACCOGLIE L'OPPOSIZIONE ALL'ARCHIVIAZIONE

August 11, 2008 - 17:06
INCHIESTA LACUNOSA, LE RAGIONI DEI FAMIGLIARI DI BIANZINO   Emanuele Giordana Domenica 3 Agosto 2008 Come morì Aldo Bianzino, l'ebanista di Pietralunga entrato in perfetto stato di salute in carcere il 12 ottobre dell'anno scorso e uscito senza vita dalla casa circondariale di Perugia due giorni dopo? La domanda, cui la richiesta di archiviazione del Pm Giuseppe Pietrazzini, sembrava aver dato una risposta definitiva con la richiesta di archiviazione, rimbalza adesso nuovamente su una vicenda sin dall'inizio apparsa oscura e piena di misteri. Il Gip Massimo Ricciarelli, cui diverso tempo fa' i famigliari presentarono opposizione in sede civile, ha deciso di accogliere adesso anche l'opposizione alla richiesta di archiviazione presentata in luglio dall'avvocato dei genitori di Aldo – Giuseppe e Maura – e di Roberta Radici, la compagna di Bianzino con lui arrestata e poi rilasciata senza che nemmeno le fosse stato detto, se non all'uscita dal carcere, che Aldo era morto. Si deve alla caparbietà dei famigliari dunque se il caso non si chiude in uno scaffale degli uffici giudiziari perugini e se le eccezioni sollevate dal legale, l'avvocato Massimo Zaganelli, ricostruiscono un percorso di dubbi e interrogativi non ancora sciolti che il magistrato ha evidentemente considerato validi, quantomeno a non far diventare la storia di Aldo un semplice faldone di carte polverose. La ricostruzione della parte civile mette in fila tutte le contraddizioni di quelle terribili ore a cominciare dalla mattina di domenica 14 ottobre quando Aldo è rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra della cella è aperta seppure sia ottobre inoltrato e Aldo indossi solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. Il corpo viene prelevato dagli agenti, trasportato subito fuori della cella e deposto sul pavimento del corridoio dell’infermeria, sita a pochi metri. Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti nulla possono vedere. Si tenta la rianimazione, effettuando il massaggio cardiaco sul corpo inanimato. Uno dei medici dirà che “… non so spiegarmi per quale motivo il detenuto sia stato portato sul pianerottolo davanti alla porta dell’infermeria ancora chiusa poiché (in altri casi) il nostro intervento avveniva direttamente in cella”. Le indagini riveleranno “…lesioni viscerali di indubbia natura traumatica (lacerazione del fegato) e a livello cerebrale una vasta soffusione emorragica subpiale, ritenuta al momento di origine parimenti traumatica…”. Ma poi le ricerche si esauriscono con l’acquisizione dei filmati estratti dalle videocamere dell’istituto di pena mentre viene aperto procedimento penale nei confronti di una guardia per omissione di soccorso. La richiesta di archiviazione per il reato di omicidio viene formulata dal Pm nel febbraio scorso con la conclusione che Aldo è morto non per trauma ma per un aneurisma cerebrale; la lesione epatica viene ritenuta estranea all’evento letale facendo eslcudere “... l’esistenza di aggressioni del Bianzino”. Motivazioni “assertive e generiche” che, secondo i legali della famiglia, sono “insostenibili” e frutto di un'“istruttoria lacunosa”. Valga per tutto una perizia medico legale secondo cui “...la lacerazione epatica deve essere ritenuta conseguenza di un valido trauma occorso in vita e certamente non può essere ascrivibile al massaggio cardiaco, in riferimento al quale vi è prova certa che avvenne a cuore fermo”. Il commento, che Roberta Radici ha affidato al quotidiano “La Nazione”, è lapidario: “Una scheggia di luce per il mio piccolo Rudra”, il figlio di Aldo e Roberta rimasto orfano del padre a soli 13 anni. Nessuno in famiglia si è mai arreso all'archiviazione: non gli altri due figli, Aruna Prem ed Elia con la madre Gioia (che hanno presentato l'altra istanza di opposizione), né i genitori e il fratello di Aldo. Il padre, Giuseppe, domenica scorsa è salito sul palco del Goa Boa, il festival per i diritti umani organizzato dalla Tavola della pace a Genova: di fronte a 15 mila persone, convenute anche per il concerto di Manu Chao e quello di Tonino Carotone, Bianzino ha ricordato il valore anche civile della difesa dei diritti umani. Aveva rivolto un suo personale appello al giudice perché non archiviasse il caso. Appello accolto. http://www.lettera22.it/showart.php?id=9469&rubrica=219 

L'uccisione di Riccardo Rasman

July 7, 2008 - 14:48
Pubblichiamo questo articolo comparso su carmillaonline.com sulla un'altra morte sospett: quella di Riccardo Rasman. Verità per le vittime della violenza di Stato!! ---------------------- L'uccisione di Riccardo Rasman di Valerio Evangelisti Le sue foto sono strazianti. Una specie di bambino troppo cresciuto, con gli occhi grandi e chiari, ingenui, e un perenne mezzo sorriso sulle labbra, lo stesso che aveva da piccolo. Un “ragazzone” triestino di 34 anni (pesava 120 chili, era alto 1,85), per testimonianza di tutti mite e gentile, un po’ goffo, incapace di fare del male. Era afflitto da “sindrome schizofrenica paranoide”, che lo aveva colpito dopo il servizio militare nell’aeronautica, e gli scherzi feroci a cui era stato sottoposto dai commilitoni. Da quel momento nutrì un timore folle verso chiunque indossasse una divisa. A posteriori, potremmo dire che aveva ragione. Era seguito dai servizi psichiatrici, ma viveva solo, tanto si sapeva che non era pericoloso. Il 27 ottobre 2006 è stato massacrato e fatto morire da quattro agenti di polizia, tre uomini e una donna. Per “asfissia da posizione”, come nel caso di Federico Aldrovandi. Quel giorno, per Riccardo, era di felicità, uno dei rari nella sua vita. Era stata accolta la sua richiesta per un posto di netturbino, doveva presentarsi la mattina dopo. Festeggia a modo suo. Accende una radiolina a tutto volume. Esce nudo sul balcone e lancia, nel cortile posteriore, un paio di petardi. Si mette a ballare. I vicini comprensibilmente si spaventano e chiamano la polizia. Arriva una pattuglia che intima a Riccardo di aprire la porta. Le divise tanto temute. L’uomo, terrorizzato, rifiuta, si riveste, va a rannicchiarsi sul letto. La pattuglia, con l’ausilio di due vigili del fuoco, scardina l’uscio dell’appartamento con un piede di porco. Riccardo cerca di difendersi, getta a terra la poliziotta. Viene percosso sul cranio e sul viso con un manico di piccone e con il piede di porco. I suoi schizzi di sangue imbrattano le pareti della stanza. Alla fine è imbavagliato, ammanettato, le caviglie legate con del filo di ferro. E’ coperto di ferite. Gli salgono sul dorso. Lui rantola, non riesce a respirare. Muore soffocato. Le pareti attorno paiono quelle di una macelleria. Chi non ci crede, guardi questo video, parte 1 e parte 2, realizzato da Paolo Bertazza. Si apre un processo che sembra volgere all’archiviazione, se non fosse per un ripensamento del PM, che di recente ha riaperto il caso. La mobilitazione e la denuncia, malgrado alcune interrogazioni parlamentari e varie controinchieste sul web, sono scarse, e per lo più a livello locale. Eppure è l’ennesimo sintomo di una malattia generalizzata. Come a Genova nel 2001, come nel caso di Federico Aldrovandi, esponenti delle forze dell’ordine si sentono legittimati, dall’uniforme che indossano e dalla quasi certezza dell’impunità (qualcuno ricorderà le centinaia di vittime innocenti della Legge Reale), a scatenare istinti ferini su chi non si può difendere. Riccardo Rasman, pieno di paure, vittima tutta la vita, è stato ferito e ucciso per avere fatto troppo rumore in un attimo di gioia. Di lui restano a fissarci gli occhi sgranati e il sorriso un po’ incerto, da bambino buono e timido. Firma la petizione on line.

Intervista con Giuseppe Bianzino, padre di Aldo Bianzino

June 20, 2008 - 08:11
Intervista con Giuseppe Bianzino, padre di Aldo Bianzino Francesco "baro" Barilli 17 giugno 2008 Aldo Bianzino, 44 anni, viene rinchiuso la sera del 12 ottobre scorso nel carcere di Capanne a Perugia, per il possesso di alcune piantine di canapa indiana. Viene trovato senza vita la mattina del 14 ottobre. Aldo l'ho potuto vedere solo in fotografia; suo padre Giuseppe l'ho incontrato la prima volta a Lodi, un mese fa. L'ho conosciuto tramite Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi, anche lui deceduto in carcere l'11 luglio 2003 (sulla sua morte si sono recentemente riaccese speranze di verità, dopo la riapertura del caso). Quella sera Giuseppe ha abbracciato anche Haidi Giuliani, e poi Danila Tinelli e Maria Iannucci, rispettivamente madre di Fausto e sorella di Iaio. Incroci di destini fatti di dolorose perdite e di mancanza di giustizia, un affetto e una solidarietà che sorgono spontanei. Dal confronto con le foto del figlio, risulta chiara la somiglianza fra Aldo e Giuseppe. Alti, magri, grandi occhiali. Anche caratterialmente Giuseppe ricorda quel che si racconta dell'indole del figlio. Mitissimo, ma non per questo meno risoluto nel combattere le ingiustizie. Nei gesti e nel sorriso i segni di una cordialità e di una serenità che la tragedia ha incrinato ma non cancellato. "Mio figlio era molto aperto, disposto a parlare con tutti", mi racconta. "Già da bambino, bastava che qualcuno lo chiamasse e lui gli sorrideva e lo seguiva. In questo era simile a me, o almeno a come ero una volta. Oggi sono cambiato. Una volta sorridevo sempre e qualcuno mi chiedeva 'ma cos'hai da ridere?'. Io semplicemente sorridevo perché mi sembrava che la vita mi sorridesse. Oggi sorrido poco, quella domanda non me la rivolgono più...". Lo incontro nuovamente nella sua casa di Vercelli. Lui ha voglia di parlare e io di dargli voce. Tu quando vieni a sapere della morte di Aldo? Domenica pomeriggio, quando era già morto da alcune ore. Mi ha telefonato Gioia, la sua prima moglie, madre dei due figli maggiori (Aruna ed Elia). All'inizio ha chiesto se Aruna era lì da me, poi ha tergiversato un po', non sapeva come dirmelo. Prima ha detto che mio figlio aveva avuto un infarto, solo dopo qualche minuto ha aggiunto che era morto, ma non mi ha specificato i dettagli, non ha parlato del carcere, non se la sentiva. In quel momento ha accennato solo a mancanze nei soccorsi. Mia moglie era in giardino, gliel'ho dovuto riferire io. Non sai cosa significa dire una cosa del genere a una madre... Ho cominciato a sapere tutta la storia pochi giorni dopo. Poi, dopo altro tempo ancora, è stata sempre Gioia a dirmi "adesso devo raccontarti tutto". Mi ha parlato dell'autopsia, dei 4 ematomi cerebrali, dei danni al fegato e alla milza. In quel momento si diceva pure di due costole rotte, circostanza che però sembra essere stata smentita dall'autopsia successiva. Nel frattempo erano cominciati i contatti con Roberta, la sua compagna (arrestata assieme a lui e scarcerata subito dopo la morte di Aldo), e la nostra battaglia comune per capire cosa fosse successo in quella cella. Ti sei fatto qualche idea su quanto accaduto? Ho due ipotesi. Forse i suoi carcerieri pensavano davvero di trovarsi di fronte a uno spacciatore. Non avendo trovato denaro in casa di Aldo e Roberta (la perquisizione aveva raccolto solo trenta euro), hanno pensato avessero nascosto "il malloppo" da qualche parte. Per questo può darsi l'abbiano malmenato, per farlo confessare. L'altra ipotesi si basa sull'idiosincrasia di mio figlio verso strutture chiuse come il carcere. Aldo era molto tranquillo e aperto di carattere, ma incapace di comportamenti servili e non incline al rispetto delle gerarchie. In un ambiente chiuso e codificato come dev'essere il carcere si crea quella subordinazione che pretende ritualità, rispetto ossequioso verso gli ordini: una realtà impossibile per lui. Magari questo l'ha portato a qualche reazione e di conseguenza può essere scattata la voglia di dargli "una lezione". Cosa puoi dirmi sullo stato delle indagini? Il magistrato che aveva in mano l'inchiesta era lo stesso che l'ha fatto arrestare. Un arresto che considero assurdo non solo per l'assoluta mancanza di pericolosità di persone come Aldo e Roberta, ma anche perché avvenuto di venerdì pomeriggio, costringendo quindi due persone a restare in carcere inutilmente per almeno tre giorni. Tutto questo senza poter vedere un giudice e chiarire la loro posizione, e per di più lasciando Rudra e la nonna (ossia il figlio quattordicenne di Aldo e Roberta, e una novantenne in precarie condizioni di salute) completamente isolati e abbandonati a se stessi. Sulla sua morte è stata chiesta l'archiviazione, a cui si è opposta tutta la famiglia, coi rispettivi avvocati. Non so cosa aspettarmi delle indagini, seppure da ignorante in materia legale ci vedo troppi buchi. Io pensavo che in un carcere, almeno nei corridoi e nei luoghi di passaggio, ci fosse una vigilanza costante, anche tramite telecamere, eppure ancora oggi non si sa chi sia entrato e uscito da quella cella. Prima abbiamo accennato a incongruenze nelle autopsie e voglio farti un esempio specifico. Le lesioni al fegato le hanno giustificate con una manovra di rianimazione maldestra, fatta con imperizia e troppa violenza. Ammesso che si possa credere a questa versione, è possibile che non si sappia chi ha operato quel tentativo di soccorso? Alla fine si sta facendo strada la teoria di una morte per cause naturali, per rottura aneuristica. Inoltre, si è parlato molto dell'assenza di lesioni esterne... L'aneurisma è un elemento di debolezza del sistema circolatorio, che può starsene tranquillo per anni e poi cedere. Cosa posso dirti?... Forse per deformazione professionale da vecchio chimico ragiono in termini pratici, di impianti. Alla Thyssen Krupp l'impianto faceva schifo, ma è successo qualcosa che l'ha fatto scoppiare. Ecco, anche volendo credere all'aneurisma, io sono alla ricerca di quel "qualcosa". Nulla capita per caso. Sulla mancanza di segni esteriori, tu pensi ci siano lesioni esterne nei prigionieri di Guantanamo? O sui corpi dei poveracci passati nelle mani di Videla o Pinochet per poi essere scaricati in mare? La storia di tuo figlio mi ricorda un panorama in cui la nebbia prima si dirada e poi si riaddensa. Ci parla di una zona grigia nello stato dei diritti, favorita dall'intreccio tra retorica securitaria e guerra al diverso. In questi tempi si fa un gran parlare di sicurezza, peraltro cercando di distorcere la scala di importanza dei fatti. Quando si parla di sicurezza e legalità non si parla dei morti sul lavoro, che sembrano confinati in un altro pianeta, e neppure dei grandi truffatori, che non sembrano destare quello che oggi viene chiamato "allarme sociale". Intendiamoci, capisco che il ladro che ruba la pensione alla vecchietta che l'ha appena ritirata sia un problema reale e da affrontare, ma non capisco quale allarme possa essere determinato da uno che si fa uno spinello. Chi vive alle nostre spalle rubando miliardi o guadagnandoli in modo poco pulito, al contrario, non è considerato pericoloso. Tu mi parli di nebbia e di zona d'ombra ed è corretto; io, al di là del dolore personale, la storia di mio figlio l'ho vissuta come un'enorme contraddizione. Una contraddizione di quello che una volta avremmo chiamato "il sistema". La vicenda di Aldo ti ha creato un'idea in generale del mondo carcerario? E come è cambiata, se è cambiata, la tua visione della giustizia? Cosa penso del carcere? Che è una cosa diversa se ti chiami Geronzi o Bianzino. Può sembrare banale ma è così, è quel che sento. Quando oggi leggo di tragedie successe nei CPT, di persone malmenate o morte "in circostanze misteriose", come si dice, provo la stessa sensazione: carceri e CPT sono luoghi dove la persona perde i propri diritti. Per questo è facile che lì dentro certe cose succedano, ed è difficile poi scoprire la verità. E parlo di due luoghi che a torto si pensa debbano tutelare solo chi sta fuori da chi vi è imprigionato. E' falsissimo: carcere e CPT dovrebbero tutelare pure chi sta dentro. Questo perché anche chi viene rinchiuso in una di quelle strutture è sotto la tutela dello Stato. Tutti, ma a maggior ragione quelli che, come Aldo, sono reclusi senza aver subito una condanna e quindi vanno considerati innocenti fino all'emissione della sentenza. Del resto ne abbiamo parlato prima: quando si parla di sicurezza si parla di una sicurezza monca e ambigua. Le morti in carcere sono tantissime. Non parliamo di quelle nei CPT, visto che quei poveracci ormai sembrano appartenere a una categoria subumana. Non parliamo di Carlo Giuliani: per lui hanno ripristinato la pena di morte, direttamente in piazza. Una volta avremmo parlato di "giustizia di classe": forse dovremmo avere il coraggio di dirlo anche oggi... Francesco "baro" Barilli http://www.reti-invisibili.net/morticarceri/articles/art_13436.html  

APPELLO CANAPISA'008 MANIFESTAZIONE ANTIPROIBIZIONISTA dedicata ad Aldo

May 29, 2008 - 21:31
Street Parade Canapisa 2008   Il fallimento del proibizionismo è sotto gli occhi di tutti. L'assunzione di sostanze che modificano la coscienza è un fatto che accomuna gli esseri umani di tutti tempi, luoghi e culture. Nel corso del tempo è stato proibito l'uso di alcune di queste sostanze, dando vita a tutta una serie conflitti ai quali i governi hanno risposto con sempre maggiore repressione. Nasce così il problema droga. Sono state promulgate leggi e istituiti imponenti apparati repressivi, per affrontare la questione a livello globale, che hanno dichiarato la guerra alla droga. Una persecuzione infame, fatta di incursioni militari, uccisioni, perquisizioni, fermi, arresti, blitz, lancio di diserbanti chimici su intere popolazioni che, è bene ricordare, ha fatto nascere un reato la' dove non ci sono vittime, costringendo alla clandestinità milioni di esseri umani. Mai nessuna legge ha prodotto nella storia del genere umano una quantità tale di sofferenze. Definibile come la terza guerra mondiale perchè combattuta su fronti sparsi nell'intero pianeta, questa strategia planetaria conta ormai migliaia di vittime e continua ad infliggere lacrime e sangue ad un numero sempre maggiore di esseri umani, magari solo per aver coltivato una pianta. Queste politiche di fatto hanno creato il mercato nero delle sostanze illecite, un mercato totalmente libero nel quale è possibile avere enormi profitti e, paradossalmente, nonostante i loro continui fallimenti nel ridurre il volume dei traffici e i livelli di consumo delle droghe, queste strategie non sono mai state messe seriamente in discussione, anzi sono state potenziate e rafforzate negli aspetti piu' repressivi, arrivando ad essere la principale causa di carcerazione mondiale. In nome di un astratto ideale di Società libera dalle droghe, ingenti risorse statali sono finite nella casse di apparati repressivi creati ad ok che hanno messo in campo le loro politiche di Tolleranza Zero ed hanno contribuito, non di certo ostacolato, al rafforzamento delle criminalità organizzate, alla diffusione delle sostanze stesse e dei modi piu' rischiosi di assumerle. In un regime proibizionista i rischi connessi al consumo di sostanze crescono vertiginosamente e vanno ben oltre ai pericoli connessi alla sostanza in sè: per esempio l'impossibilità di sapere la concentrazione reale della sostanza che si crede di assumere ed il tipo di sostanze con le quali è stata tagliata. Molti non pensano al fatto che la merce droga sia una Merce Speciale, non una merce come tutte le altre, perchè se un'automobile è sempre un'automobile dal produttore fino al consumatore , una pistola è sempre una pistola, un chilo di eroina, grazie alla magia del proibizionismo, dall'Afganistan all'Italia diventa venti chili. Oggi, in Italia, questa ipocrita battaglia è condotta da una delle normative mondiali piu' dure in materia, la legge Fini Giovanardi sulle sostanze stupefacenti, con la quale tutte le sostanze sono state messe sullo stesso piano ed i timidi tentativi di un'azione di riduzione dei danni, resi già difficili dalla precedente legge in materia (legge Iervolino-Vassalli), sono stati letteralmente travolti da un'azione repressiva totale. Le conseguenze sono state la maggiore diffusione di sostanze pesanti e la trasformazione di una questione culturale, politica e sociale in una questione esclusivamente medica e penale. Questo appello ha l'obiettivo non solo di far riflettere su una situazione che diventa giorno dopo giorno sempre piu' insostenibile, a causa di un proibizionismo che va ad alimentare, piuttosto che risolvere, le problematiche che ufficialmente dichiara di voler contrastare, ma anche quello di costruire una rete sociale capace di mettere in piedi un percorso concreto, fatto di sperimentazioni pratiche, che produca un avanzamento in materia . E' sempre piu' urgente un'opposizione sociale che si organizzi e che faccia sentire le sue ragioni e la sua voce al fine di fondare un'alternativa concreta ad un tale stato di cose. Il superamento del proibizionismo non solo è possibile, ma è diventato indispensabile. Crediamo fermamente che una riflessione sincera di tutti, insieme alla sperimentazione di pratiche di riduzione del danno, ispirate ad una cultura del consumo critico e consapevole e fondate sull'informazione, possano concretamente superare le problematiche attuali connesse al consumo di sostanze ed evitare tante morti, principalmente causate dalla clandestinità in cui il proibizionismo costringe ad agire. Non c'è mai stata questa possibilita': ad un rischio ipotetico proveniente da un eventuale legalizzazione, sono stati preferiti i fallimenti concreti e tangibili della repressione,causando immani sofferenze . Qualcuno sta giocando con le nostre vite e sta facendo soldi sulla nostra pelle. Se in ballo è la nostra libertà e la nostra stessa esistenza, allora dobbiamo essere noi a condurre le danze, dobbiamo lottare affinchè il diritto all'autodeterminazione non rimanga lettera morta. Nè malati, nè criminali, ma gioiosamente illegali. Autoproduzione unica soluzione. CANAPISA 2008 MANIFESTAZIONE - SABATO 31 MAGGIO - ore 17 P.zza S. Antonio,PISA Dedicata ad Aldo Bianzino. ' ); document.write( addy1551 ); document.write( '' ); //-->Per adesioni  canapisa@inventati.org Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo ' ); //--> Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo ' ); //--> ' ); //--> Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo ' ); //--> Il movimento antipro lotta: *Contro il decreto Fini che favorisce la criminalità organizzata; *Contro la somministrazione forzata di psicofarmaci che ingrassa le farmaceutiche; *Contro i trattamenti invasivi e devastanti come l'elettroshock; *Per informare tutt* su rischi e proprietà delle droghe legali e illegali, al fine di sviluppare una cultura     dell'uso critico e consapevole; *per creare strategie concrete di riduzione del danno; *Per valorizzare percorsi di disintossicazione volontari ispirati a pratiche antisegregazioniste, non secondo i     principi di funzionamento di un manicomio o di un carcere, ma fondati sulla libera scelta e il rispetto della     dignità umana; *Per avere il diritto ed ottenere l'accesso immediato all'uso terapeutico della canapa. *Per infrangere i pregiudizi culturali ed istituzionali che giustificano terapie forzate all'origine della    discriminazione di cui sono vittime i consumatori di droghe insieme ai cosiddetti malati psichiatrici.