Onda Perugia

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Honduras – Repressione brutale e disumana contro i maestri

2 settembre 2010 - 9:02am
Due giorni di violenza e repressione. Arresti e feriti…e durante la notte continuano le negoziazioni di Giorgio Trucchi 1 / 9 / 2010 Le forze repressive del regime di Porfirio Lobo si accaniscono nuovamente contro gli insegnanti. Dopo la rottura delle negoziazioni con il governo, la protesta degli insegnanti e degli studenti è stata brutalmente repressa per due giorni consecutivi. Ancora imprecisato il numero di feriti e arrestati. “Stanno lanciando una grande quantità di bombe lacrimogene all’interno dell’Università Pedagogica. Molti degli studenti e dei maestri che avevano bloccato il traffico lungo il Boulevard Centroamérica sono stati inseguiti e percossi – spiega allarmata la giornalista Lenny Fajardo, di Radio Globo -. L’Università è completamente inondata di gas ed i corpi speciali della Polizia (COBRA) stanno aggredendo le persone. Le colpiscono sulla faccia e sulla testa con i bastoni. Li stanno trascinando fuori dall’università. Stanno aggredendo tutti quelli che passano in questa zona e li portano via. È una cosa orribile ed oggi si sta nuovamente spargendo una grande quantità di sangue in Honduras“, commenta Fajardo. La trasmissione dal vivo di Globo TV e Radio Globo trasmette le immagini e le voci di questa ennesima brutale repressione. Un camioncino bianco si fa largo tra i poliziotti – più tardi si scoprirà che appartiene al Parlamento – ed accelera. L’uomo al volante tira fuori una pistola e spara contro la gente. Nessuno lo ferma e va via come se niente fosse. Decine di maestri, maestre e studenti colpiti, feriti, soffocati dal gas, vengono trascinati fino alle pattuglie. Altri rimangono seduti, ammanettati e aspettano il loro turno. Molti si barricano al quinto piano dell’università, circondati ed assediati dai poliziotti, che sono pronti a versare altro sangue. L’università si trasforma in un campo di concentramento. I repressori non rispettano nessuno e violano nuovamente l’autonomia universitaria. Carlos Paz, giornalista di Radio Globo, viene trascinato con violenza e colpito dai “gorilla”. A nulla serve mostrare la propria tessera di giornalista e solo l’intervento di vari colleghi lo salva da ulteriori percosse. C’è gente che piange per i gas, la paura o il dolore. Altre persone che stanno perdendo molto sangue, che gridando, che reagiscono lanciando pietre alla polizia. I dirigenti dei sindacati degli insegnanti cominciano a chiamare i pochi mezzi di comunicazione che stanno denunciando la brutale repressione. A livello internazionale, solo i mezzi di comunicazione indipendenti e solidali, le liste informative, iniziano il tam-tam. Raccontando quanto accade. Silenzio assoluto delle grandi catene e delle agenzie. Per loro, un Honduras riconciliato ed in pace è pronto a fare ritorno tra le braccia delle istanze internazionali. Non c’è oramai negoziazione Dal 20 al 27 agosto, la protesta degli insegnanti è stata repressa tre volte in modo brutale ed irresponsabile. La pazienza sta finendo. Dopo la rottura delle negoziazioni tra il governo e le associazioni degli insegnanti lo scorso 26 agosto e la repressione di questi ultimi due giorni, i presidenti delle associazioni hanno avvertito che non si riuniranno con il governo fino a quando non si porrà fine alla violenza e alla repressione. “Mi stavo dirigendo all’università per informare che si sarebbe ripreso il dialogo con il governo e per trasportare gli altri membri della commissione alla riunione, quando è iniziata la repressione da parte di questi selvaggi, di queste bestie – ha detto Edgardo Casaña, presidente del Coprumh, una delle organizzazione che dirigono la protesta -. Viviamo in un paese dove impera l’impunità per chi commette crimini contro la cittadinanza. Ci sono molti compagni e compagne che stanno soffocando a causa dei gas. Molti sono stati arrestati e percossi. Ci sono feriti. Responsabilizziamo Porfirio Lobo e il ministro degli Interni, Óscar Álvarez, per quanto sta accadendo. Risponderemo a questo massacro e non ci riuniremo con il governo fino a che non garantisca la fine della violenza e di questa campagna repressiva”, ha concluso Casaña. Verso le prime ore della mattina di sabato 28 agosto, insegnanti e governo sono tornati a riunirsi, raggiungendo un accordo¹ sui molti punti presentati dalle associazioni². Nonostante ciò, i dirigenti si sono rifiutati di firmare l’accordo ed hanno chiesto il tempo necessario per potere consultare e discutere il risultato raggiunto con i lavoratori e lavoratrici di tutto il paese. Sarà la base composta da oltre 35-40 mila insegnanti che hanno partecipato alla protesta a decidere il futuro di questo accordo.

La religione ti promuove

2 settembre 2010 - 9:00am
da fattoquotidiano.it In una scuola paritaria ragazzi promossi agrazie al 10 in religione: che però non dovrebbe esprimere un voto numerico, ma solo un giudizio. E nella mattanza di ore e di posti di lavoro prodotta dalla riforma Gelmini, l’ora di religione è la sola a non subire tagli: docenti nominati dalla Curia, ma pagati dalle tasse degli italiani C’era una volta la laicità nel nostro Paese. E ora non c’è più. Notizia recente: in un liceo paritario romano – il Seraphicum – i ragazzi sono stati ammessi all’Esame di Stato con il contributo di 10 in religione. Violazione all’art. 309 del Testo Unico delle leggi sulla scuola che stabilisce modalità e criteri di valutazione di chi si avvale dell’Insegnamento Religione cattolica: giudizi e non voti. Il Nuovo Concordato e le successive intese applicative si uniformarono alla normativa statale, che stigmatizza ogni forma di discriminazione determinata dall’avvalersi o no di IRC, che – per ora – è ancora facoltativo. Scuola e Costituzione ha diffidato l’Ufficio scolastico del Lazio, che al momento non ha ancora risposto. Attendiamo fiduciosi. Chi sale,chi scende Nella mattanza di ore (e di posti di lavoro) prodotta in tutti gli ordini di scuola dalla “riforma”, l’IRC è il solo a non subìre tagli, arrivando così a una percentuale più ampia sul monte-ore: i nostri studenti fanno meno Italiano ma più Religione! Il paradosso è che negli anni del più grande licenziamento di massa della storia della scuola italiana, gli insegnanti di Rc sono addirittura aumentati: 26.000 in servizio, di cui 14.000 di ruolo. Docenti che hanno una singolare, doppia matrice giuridica: nominati (o rimossi) dalla Curia, pagati dalle tasse di tutti gli Italiani. ”L’ora di Religione non si tocca”, aveva detto Gelmini all’inizio dello scorso anno scolastico. La sollecitazione era venuta dalla “lettera cIRColare” della Congregazione Vaticana per l’Educazione cattolica, che condannava il fatto che in molti Paesi siano state introdotte “nuove regolamentazioni civili, che tendono a sostituirlo (l’insegnamento della IRC, ndr) con un insegnamento del fatto religioso di natura multiconfessionale o di etica e cultura religiosa, anche in contrasto con le scelte e l’indirizzo educativo che i genitori e la Chiesa intendono dare alla formazione delle nuove generazioni”. “Si potrebbe anche creare confusione o generare relativismo o indifferentismo religioso se l’insegnamento della religione fosse limitato ad un’esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo e “neutro”. Perciò “(bisogna che) l’insegnamento religioso scolastico appaia come disciplina scolastica, con la stessa esigenza di sistematicità e rigore che hanno le altre discipline”. Infine la Congregazione “non smette di denunciare l’ingiustizia che si compie quando gli alunni cattolici e le loro famiglie vengono privati dei propri diritti educativi ed è ferita la loro libertà religiosa”. Il mondo alla rovescia: incalzano i vertici. Per il presidente della Cei, Bagnasco, l’ora di IRC “non si configura come una catechesi confessionale, ma come una disciplina culturale nel quadro delle finalità della scuola”. L’arcivescovo di Torino, Poletto, sostiene che l’ora di IRC “non è solo cultura, ma non è nemmeno catechismo”. Perché soprassedere su pressioni così insistite? Come non interrogarsi sul senso di questo privilegio? Le rassicurazioni della Gelmini Intanto le scuole paritarie (la maggior parte di ispirazione cattolica) lamentano la mancata erogazione dei fondi loro destinati per l’a.s. 2009/10. Le rassicura Gelmini in persona, assicurando che le risorse sono state “rimesse nel capitolo di spesa e attendiamo il via libera dalla Conferenza Stato-Regioni” e affermando: “Nella Finanziaria 2011 i soldi per le paritarie non si toccano”. Cioè, il budget previsto per le paritarie (534 milioni) sarà regolarmente erogato: tagli brutali alla scuola pubblica, fondi inalterati per le private. Gelmini ha poi aggiunto: “Non bisogna dimenticare che la scuola paritaria permette allo Stato un risparmio di oltre 6 miliardi di euro”. Il calcolo teorico della spesa a carico dello Stato se gli studenti delle paritarie frequentassero la pubblica è ricorrente argomentazione mercantile, a cui siamo avvezzi. Che però non considera che la scuola della comunità pubblica – istituzione della Repubblica – esiste a prescindere da quelle quote di studenti. Poiché è lo Stato a garantire l’istruzione, lo spreco è la creazione di istituti privati che ricevono fondi grazie alla legge di parità. Gelmini non apprezza (e non stupisce) l’investimento della collettività in funzione dell’interesse generale e del confronto dialettico, garantiti dalla scuola pubblica. Sono concetti che non fanno parte della cultura grossolana di chi ci governa. E che, temo, stanno scomparendo anche dalla coscienza di molti di noi, nella rinuncia alla vigilanza intransigente su questo arretramento lento ma inesorabile da diritti e principi inalienabili.

Scuola, davanti al Provveditorato lo sciopero della fame dei precari

2 settembre 2010 - 8:55am
da repubblica.it La protesta in via Ripamonti. “Dormiamo in tenda fino a quando non saranno cancellati i tagli” di FRANCO VANNI Non mangeranno per “almeno tre giorni” in segno di protesta “una politica che sta uccidendo la scuola pubblica, creando disoccupati e facendo a pezzi l’offerta didattica”. Sono quattro i giovani insegnanti precari che allo slogan “siamo affamati di dignità” hanno deciso di vivere di sola acqua. Si sono accampati di fronte al provveditorato, in via Ripamonti, a Milano. Dormiranno in tenda o in camper, fino a quando “il governo non cancellerà i tagli alla scuola pubblica”. Sono supplenti che, per effetto della riduzione del numero delle cattedre, non hanno riconfermato il posto dello scorso anno. La protesta davanti al Provveditorato Le operazioni di nomina degli insegn anti precari sono ancora in corso: nella migliore delle ipotesi da settembre faranno qualche supplenza, oppure resteranno a casa. Il colore della protesta è l’arancione. “La scuola è al collasso e noi insegnanti precari ne subiamo le conseguen ze più gravi – dice Miriam Petruzelli, 34 anni, insegnante di sostegno in attesa di nomina e rappresentante del Movimento scuola precaria di Milano – Rifiutare il cibo è un atto estremo, ma non si può più aspettare”. Gli altri tre docenti che hanno cominciato lo sciopero della fame sono Cristina Virardi, 29 anni, Alessandro Risi, 37 e Davide Bondesan, 28. “La nostra – spiegano in un comunicato – è una protesta non solo per rivendicare il nostro posto di lavoro, ma anche e soprattutto per difendere la qualita’ della scuola pubblica”. I docenti in protesta, che hanno ricevuto la solidarietà di sindacati Cub Scuola e Flc-Cgil, si oppongono anche agli ammortizzatori sociali che lo scorso anno la Regione aveva garantito a 1.200 precari rimasti senza posto: “Non vogliamo l’elemosina – dicono – vogliamo solo lavorare in modo dignitoso”.

Scuola, ricoverato d’urgenza precario in sciopero della fame

2 settembre 2010 - 8:53am
da repubblica.it Si chiama Giacomo Russo ed è uno dei precari palermitani che dalla scorsa settimana hanno spostato il sit-in a Roma. Protestano contro i tagli al personale decisi dal governo nazionale di SALVO INTRAVAIA Giacomo Russo // // Finisce in ospedale uno dei due precari della scuola in sciopero della fame a Montecitorio. Giacomo Russo è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Santo Spirito della Capitale per il grave stato di disidratazione riscontrato dai sanitari che lo hanno soccorso. Russo digiuna per protesta contro i tagli alla scuola dallo scorso 17 agosto. La sua protesta è iniziata a Palermo e da venerdì scorso Russo, assieme alla collega Caterina Altamore, prosegue lo sciopero della fame a Roma. “Ho avuto un mancamento e non ho capito più nulla”, racconta. A questo punto, i colleghi del presidio hanno chiamato il 118 che ha ricoverato Russo in ospedale. “I medici mi hanno fatto alcune flebo e volevano continuare con esami e accertamenti, ma io ho firmato per essere dimesso e per tornare nuovamente in piazza: sto meglio e spero di resistere ancora per molti giorni”. “Spero che il ministro Gelmini accetti di confrontarsi con i precari pubblicamente sugli effetti dei tagli agli organici”. Anche Caterina Altamore, l’insegnate di scuola elementare palermitana che accompagna Russo nella protesta, sta proseguendo con fatica. “Ogni tanto  -  spiega il collega  -  anche lei ha qualche mancamento”. Il marito ieri ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, perché faccia sentire la propria voce anche sui precari della scuola. La precaria palermitana è affetta da una patologia che non le consentirebbe di digiunare. “Sono molto arrabbiato perché mi rendo conto di quanta distanza c’è tra il palazzo e la gente. Le famiglie non si rendono conto di quello che sta accadendo nelle scuole, in alcuni casi neppure docenti e personale Ata sono consapevoli degli effetti dei tagli sulla scuola pubblica. In Italia, a mio parere, bisogna ritornare  -  conclude Russo  -  a parlare di scuola e non solo del gattino gettato nel cassonetto in Inghilterra al quale alcuni tg hanno dedicato servizi abbastanza lunghi. Se si riuscisse ogni tanto a parlare anche di scuola non sarebbe male. “La mia residenza è piazza Montecitorio per ora, vado avanti ad oltranza”. L’appello dei sindacati alle famiglie: “Unitevi alla protesta” L’accusa di Bersani: “Il più grande licenziamento di massa della storia d’Italia”

Università, incubo test “Il nostro futuro in 2 ore”

1 settembre 2010 - 2:51pm
da repubblica.it di ADELE BRUNETTI “Superare i quiz di accesso a Medicina significa uscire da un incubo per chi desidera da sempre indossare il camice bianco. Il futuro si decide in due ore, una selezione brutale e approssimativa che non considera le effettive capacità dei ragazzi”. Gli studenti della Sun e della Federico II denunciano “le troppe carenze di una strategia di ammissione profondamente ingiusta”, mentre scatta il conto alla rovescia per i seimila aspiranti medici, attesi domani alla prova dei quiz “Entrare a Medicina equivale a risvegliarsi da un incubo, la paura di non riuscire a superare lo scoglio dei test accompagna per anni i ragazzi che sognano di abbracciare questa professione sin da piccoli. E quando finalmente sei lì, la matita in mano e il foglio di carta pieno di domande assurde, il tuo futuro si decide in due ore e le qualità restano nell’ombra. La bocciatura è uno shock perché i quiz promuovono una selezione equilibrata ma brutale, ed affronti la prova, consapevole di non poter rendere al meglio delle tue possibilità”. Maurizio Romano, rappresentante degli studenti alla facoltà di Medicina della Sun descrive così quella parentesi angosciante che domani coinvolgerà circa seimila studenti distribuiti tra Monte Sant’Angelo e la Mostra d’oltremare. “Io passai l’esame, per fortuna. Ma ogni settembre il problema si ripropone per migliaia di aspiranti medici che subiscono l’ingiustizia di non essere vagliati secondo le proprie specificità”. Un’opinione equilibrata da Nicola Giorgio, direttore della rivista studentesca “Il raglio” della Sun. “I quiz costituiscono un metodo obiettivo, una tutela contro le raccomandazioni, bilanciando le capacità logiche e critiche con le conoscenze culturali. E il numero chiuso, nonostante riduca al minimo le opportunità di accesso, salvaguarda gli orizzonti della professione. Aggiungerei tra i parametri di giudizio soltanto il curriculum scolastico”. Le qualità umane non ne escono trascurate? “Emergono durante la carriera universitaria. Il carico di lavoro è pesante e le situazioni da fronteggiare complesse, se manca la stoffa si comprende nel giro di un pugno di mesi”. La polemica si riaccende alla Federico II. “Troppe le domande di logica e cultura generale che stonano con la natura della professione e nessuna considerazione verso aspetti importanti come l’amore per il prossimo e lo spirito di sacrificio, sondabili attraverso l’introduzione di quesiti psico-attitudinali” rincalza Giovanni Grillo, presidente della commissione didattica di Ateneo. “Valido il modello francese, che valuta gli studenti al secondo anno. Perché solo l’esperienza diretta in ospedale aiuta a capire se è il caso di voltare pagina. Adesso, ad esempio, il primo anno si svolge interamente accanto al reparto di rianimazione, quotidianamente si è costretti ad impattare con drammi tali che se non hai la tempra, getti immediatamente la spugna”

Università, al via la lotteria dei quiz Ma l’anno prossimo pre-test alle superiori

1 settembre 2010 - 2:48pm
da repubblica.it di Laura Montanari Dopo le polemiche allo studio un progetto di valutazione a cura dell’Invalsi. Solo un’aspirante matricola su dieci potrà iscriversi. L’Anaao: un sistema inadeguato FIRENZE - Oltre novantamila studenti alle prese con i test di accesso all’università. Batticuore e polemiche. Domani, con i soliti numeri da concerto rock, toccherà agli aspiranti medici cimentarsi con un quizzone di 80 domande a risposta multipla che, soltanto per una minoranza, diventerà il lasciapassare per l’iscrizione in facoltà. Critiche e proteste contro questo sistema di selezione si sono intensificate negli ultimi mesi e sono arrivate sia dai rettori che dai presidi delle facoltà tanto che il ministero si è convinto a varare una riforma che potrebbe entrare in vigore già nel prossimo anno. Finita l’ondata dalle prove per le matricole del 2010 metterà al lavoro una commissione. Fra le ipotesi allo studio, la più probabile è l’introduzione di una “prova oggettiva”, cioè un test fin dall’esame di maturità che potrebbe andare a far media con il risultato del test universitario. Questo perché, come hanno evidenziato le rilevazioni del Miur, i voti dell’esame di Stato fra scuole del Nord e del Sud fanno emergere diversi metodi di giudizio e valutazioni decisamente più alte nel meridione. Della prova oggettiva potrebbe incaricarsi l’Invalsi, l’istituto nazionale di valutazione. Meno praticabili sia per questioni di tempo, sia di risorse, sembrano altre ipotesi, come quella suggerita da alcuni presidi di facoltà, di aprire a tutti gli accessi al primo anno e di selezionare in base ai risultati degli esami al secondo, o l’altra, di far sostenere agli studenti, oltre al test, un colloquio. Intanto si va avanti con quello che c’è: domani il test di Medicina, poi Odontoiatria, Veterinaria, Architettura e le professioni sanitarie. Totale degli studenti coinvolti: oltre 90mila. Contro il test-sbarramento di Medicina si è mosso anche L’Anaao, il più grande sindacato dei medici ospedalieri che attraverso il segretario nazionale, Costantino Troise, ha definito la prova “inadeguata”: manca una graduatoria nazionale “per cui il punteggio necessario per l’ammissione presenta una estrema variabilità da una sede all’altra: studenti esclusi da una facoltà sarebbero ammessi con lo stesso punteggio in altre”. “Mi chiedo quanti di noi oggi sarebbero medici se avessero dovuto sostenere i test che sottoponiamo ora ai ragazzi” ammette Gianfranco Gensini, preside della facoltà di Medicina di Firenze. “Non è tutto da buttare – interviene Laura Vizzotto, coordinatrice del corso di laurea alla Statale di Milano – ogni anno il test viene affinato e migliora. Restano delle criticità e oggi io penso che questa prova non sia in grado di selezionare con certezza gli studenti. Penso che un primo passo possa essere quello di valutare anche la carriera scolastica dell’allievo”. Favorevole a introdurre dei cambiamenti è persino il presidente della commissione ministeriale che ha elaborato il test, Vito Svelto, un ingegnere, ex preside di facoltà a Pavia, oggi in pensione: “Potremmo integrare l’andamento del test coi voti della maturità o degli ultimi tre anni di media superiore” spiega pur difendendo la prova: “Tutto si può migliorare, ma la nostra è simile a quella adottata in certe università americane. È normale che ci siano oltre ai quesiti scientifici anche quelli di cultura generale, meno normale è, come avvenuto lo scorso anno che soltanto il 20 per cento dei candidati aspiranti medici sapessero chi fosse Albert Sabin”. Nei test di quest’anno, spiega il professor Svelto, “abbiamo diminuito il nozionismo e potenziato i quesiti di logica nel test di Medicina, mentre per Veterinaria, su indicazione del ministro, abbiamo drasticamente diminuito il numero delle domande di cultura generale e incrementato quelle di biologia”. La stagione dei test è dunque aperta, assieme a quelli di carattere nazionale per le facoltà a numero chiuso ce ne sono migliaia di altri banditi dai singoli atenei. Quest’anno poi è cresciuto anche il numero delle università che hanno varato i test di autovalutazione per molte (o per tutte) le aspiranti matricole. Chi non raggiunge la sufficienza in queste prove potrà lo stesso iscriversi e frequentare regolarmente, ma dovrà sostenere dei corsi di recupero per risanare le lacune nella preparazione.

Scuola, nomine in ritardo «Senza prof 50mila cattedre»

1 settembre 2010 - 2:46pm
da repubblica.it I calcoli del sindacato. Ma il ministero: ce la faremo ROMA – Una corsa contro il tempo. Manca poco più di una settimana all’inizio della scuola, si comincia il 9 settembre anche se nelle maggior parte delle Regioni si parte il 13. E quest’anno le operazioni sono più complicate del solito. Soprattutto per le supplenze annuali, non un dettaglio visto che riguardano 116 mila posti dalle materne alle superiori, oltre il 13% dell’intero personale scolastico. «Vista la lentezza delle procedure — avverte Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil, il sindacato più rappresentativo nel settore — molti posti rischiano di essere scoperti all’inizio delle lezioni. Le cattedre che potrebbero rimanere vuote sono 50 mila. Si aggiungerebbe caos a caos». Che cosa è successo? La nomina dei supplenti annuali è sempre stata un’operazione complicata e ogni anno capita che qualche casella resti vacante. Ma finora siamo rimasti sempre attorno a valori fisiologici, sotto il 5% nel giro di pochi giorni. Quest’anno la macchina si è messa in moto più tardi e la causa è in realtà extrascolastica. Tutto comincia con la manovra economica di metà anno, decisa dal governo per rimettere a posto i conti pubblici. Quella norma ha bloccato le assunzioni nella pubblica amministrazione ed in un primo momento doveva riguardare anche l’istruzione. Alla fine non è andata così, la scuola è stata salvata almeno in parte. Ma per esserne sicuri si è dovuto attendere il testo definitivo ed il via libera del Palamento arrivato a fine luglio. Solo dopo il ministero ha fatto partire le procedure per le immissioni in ruolo. Quest’anno a conquistare finalmente un contratto a tempo indeterminato sono stati in 16.500, 10 mila insegnanti e 6.500 amministrativi. L’operazione deve essere fatta necessariamente prima di calcolare i posti per le supplenze annuali ma non era possibile procedere prima di sapere se la legge l’avrebbe consentito oppure no. Le immissioni in ruolo dovrebbero essere concluse oggi e adesso si potrà mettere mano alle supplenze. Dal ministero dell’Istruzione assicurano che le nomine saranno completate nei tempi previsti e che il primo giorno di scuola tutti i supplenti annuali saranno regolarmente in cattedra, se non per qualche limitato caso fisiologico. Per il 6 settembre è stata convocata una riunione a Roma con i responsabili di tutti gli uffici scolastici regionali per fare il punto della situazione e trovare gli eventuali correttivi. Solo allora si saprà se la corsa contro il tempo è riuscita davvero oppure no. Ma perché tutto è stato così complicato? Di quei 116 mila posti solo una piccola parte è lasciata scoperta da insegnanti in malattia o in maternità. Le altre, in realtà, sono assenze strutturali. Sono le nomine legate ai cosiddetti posti di sostegno in deroga (per potenziare l’assistenza ai portatori di handicap), oppure agli spezzoni di cattedra (insegnanti che si dividono tra più istituti) o ancora i cosiddetti comandi, cioè maestri o professori autorizzati a fare un altro lavoro e che hanno diritto a conservare il posto. Il numero dei posti da assegnare è sempre lo stesso, l’anno scorso erano 2 mila in più, anche le procedure sono sempre uguali. Ma quest’anno, oltre alla manovra economica e al ritardo delle immissioni in ruolo, a complicare le cose ci sono stati altri fattori. Hanno lasciato la scuola 30 mila insegnanti. Una cifra record per gli ultimi anni che è riuscita ad ammortizzare la seconda tranche dei tagli previsti dalla Finanziaria del 2008, 25 mila cattedre in meno, 15 mila posti in meno per il personale amministrativo. Bisogna poi considerare i circa 10 mila soprannumerari, insegnanti di ruolo che l’anno scorso avevano un cattedra e che adesso, sempre per effetto dei tagli, sono stati ricollocati su una casella libera. La nomina dei supplenti annuali, insomma, è l’ultima mossa dopo una serie di movimenti ad incastro. Movimenti che hanno lasciato ancora fuori un gran numero di precari in lista d’attesa, più di 270 mila insegnanti e 70 mila amministrativi. L. Sal.

Niente anno accademico 2010/2011 alla Sapienza

30 agosto 2010 - 9:03pm
da romatoday.it L’anno accademico 2010/2011 della Sapienza, la più grande università europea, è a rischio. I presidi delle 21 facoltà hanno firmato un documento in cui dichiarono l’impossibilità di sostenere l’offerta formativa con i tagli previsti dal governo I ricercatori della Sapienza, il più grande ateneo d’Europa, avevano già protestato contro i tagli del Governo lo scorso martedì con la notte bianca della ricerca e gli appelli di esame tenuti di notte, a sostenere la loro battaglia sono stati però anche i presidi delle 21 facoltà dell’ateneo. Nella seduta proprio del 13 luglio del Senato Accademico hanno approvato un documento in cui esprimono tutta la loro preoccupazione per i provvedimenti previsti dai ministri Tremonti e Gelmini e hanno espressamente dichiarato che a tali condizioni l’anno accademico 2010/2011 non è sostenibile e non è possibile far fronte all’offerta formativa. Nel documento approvato dai presidi si legge tutta la preoccupazione dei presidi per la sopravvivenza dell’Università pubblica: “I sottoscritti Presidi di Facoltà della Sapienza hanno valutato la situazione risultante dalla manovra finanziaria approvata dal Governo e da alcuni aspetti del DDL 1905 in esame in Parlamento, oltre che da precedenti disposizioni legislative, e manifestano il proprio forte disagio nei confronti di interventi normativi, che colpiscono duramente l’intera Università, quasi che essa fosse, in quanto parte del settore pubblico, tra i principali responsabili delle attuali difficoltà economiche”. “Le pesanti misure del dispositivo finanziario, destinate a trovare attuazione entro un quadro normativo già restrittivo sul piano dei finanziamenti, pongono in discussione la stessa sopravvivenza dell’Università pubblica. La manovra riduce le risorse destinate all’Università, e quindi alla ricerca e alla formazione, fondamentali per lo sviluppo del Paese”. I presidi inoltre appoggiano la protesta dei ricercatori e dichiarano formalmente l’impossibilità di attivare l’anno accademico 2010/2011:“La giustificata protesta dei ricercatori universitari, che nella grande maggioranza non hanno dato la loro disponibilità a sostenere incarichi didattici, priva le Facoltà di un contributo essenziale per lo svolgimento dei corsi. In queste difficili condizioni, i Presidi della Sapienza dichiarano che non è possibile sostenere l’offerta formativa prevista per il prossimo anno accademico 2010-11, con grave danno per gli studenti, per le loro famiglie e per il Paese tutto. Prevedono che nei prossimi anni verranno soppressi numerosi corsi di studio e saranno fortemente ridotte le possibilità di accesso all’Università pubblica”. Per i presidi delle facoltà della Sapienza il rischio però non è solo per il prossimo anno accademico, ma per il futuro dei giovani: ” Il nuovo modello di Università, che deriva da una drastica riduzione delle risorse, precluderà a larga parte delle nuove generazioni l’accesso all’istruzione universitaria. Così si arriverà anche alla chiusura di uffici, biblioteche e laboratori per carenza di personale tecnico-amministrativo”. La richiesta al governo è quella di eliminare il taglio di 1.3 miliardi di euro al fondo di finanziamento ordinario e attivare le procedure di reclutamento per il ricambio del corpo docente e la richiesta che venga riconosciuto ai ricercatori lo status di docenza al momento di fatto, ma senza nessuna copertura giuridica.

UNIVERSITA’: RICERCATORI NAPOLI, NO A SORVEGLIANZA PER TEST

30 agosto 2010 - 8:54pm
(AGI) – Napoli, 30 ago. – “In linea con lo stato di agitazione proclamato dai ricercatori nel luglio scorso e dopo la rinuncia agli incarichi di insegnamento per l’anno accademico che sta per cominciare, che ha visto l’adesione compatta di piu’ del 90% della categoria su tutto il territorio nazionale, ci asteniamo dal partecipare alle commissioni e ai comitati di vigilanza delle prove di ammissione al corso di laurea in Medicina e Chirurgia”. Lo affermano, in una nota, i ricercatori della Facolta’ di Medicina e Chirurgia della Seconda Universita’ di Napoli (Sun). “Non crediamo di poter partecipare a una attivita’ accademica che non rientra, necessariamente, nei nostri compiti istituzionali – si legge ancora nella nota – perche’ non sono variate le condizioni che ci hanno portato a cominciare questa protesta, condivisa, tra l’altro, anche dalle facolta’, dagli organi collegiali di ateneo e dallo stesso rettore, contro il disegno di legge Gelmini e le sue criticita’. Auspichiamo, inoltre, che tale tipo di protesta venga esteso anche alle commissioni e ai comitati di controllo delle prove di ammissione di tutte le facolta’ che utilizzano l’accesso programmato”. (AGI) .

In 25 università tasse fuorilegge

29 agosto 2010 - 10:54pm
da ilsole24ore A Bari a maggio gli studenti sono addirittura andati in strada a chiedere l’elemosina, per protestare contro l’aumento delle tasse universitarie. A Catania, nelle stesse settimane, si è accesa la polemica sul ritocco dei contributi, e il tema domina in molti altri atenei. L’argomento tasse è ad alto rischio di polemica e propaganda, ma il problema esiste. Mentre si prospetta un taglio del 17,2% al fondo di finanziamento ordinario delle università per il 2011, che il ministro Mariastella Gelmini ha però promesso di attenuare (si veda anche Il Sole 24 Ore di ieri), quella di ritoccare i contributi studenteschi per far quadrare i conti è una tentazione per molti senati accademici. Una tentazione peraltro non nuova, perché fra 2001 e 2007, mentre l’assegno statale aumentava del 18% e i contributi ministeriali alla ricerca erano fermi, le richieste economiche agli studenti sono cresciute in media del 53%. Più di tanto, però, non si può fare. La legge impone agli atenei di non chiedere agli studenti una somma superiore al 20% di quello che ricevono dallo stato in termini di finanziamento ordinario. Già 25 atenei, però, nel 2009 hanno sforato il tetto, e con la riduzione del fondo statale il numero dei fuori quota promette di impennarsi: tutto il sistema, del resto, è ai limiti, perché in media nelle università statali i contributi valevano già lo scorso anno il 19,6% del finanziamento ordinario. Urbino, anche per colpa del sottofinanziamento statale, addirittura arriva a doppiare il limite, seguito da Bergamo, dallo Iuav di Venezia e dal Politecnico di Milano (altro ateneo sottofinanziato, che però primeggia nella capacità di attrarre risorse esterne per la ricerca). Più lontani dai limiti gli atenei meridionali: al Politecnico di Bari i contributi si fermano al 9,4% del fondo ordinario, e pochi decimali sopra si attestano le università di Sassari, Foggia, Cagliari, Messina e Lecce. La geografia dei contributi studenteschi (guarda le tabelle) offre infatti i primi sintomi del «federalismo accademico» che si è accentuato negli ultimi anni. Le tasse universitarie medie, infatti, valgono 1.660 euro a studente al Politecnico di Milano, e sprofondano a 384 euro in quello barese. Alla Statale di Milano, i contributi superano i 1.300 euro a iscritto, negli atenei del Mezzogiorno si fermano sotto la metà di questa cifra. La forbice Nord-Sud si è ampliata negli ultimi anni per due ragioni: i rettori meridionali provano a tenere basse le richieste per frenare l’emigrazione studentesca verso Nord e, come mostrano i casi di Catania e Bari citati all’inizio, il tema tasse al Sud è più esplosivo. Per attenuare il problema, la ripartizione dei fondi 2010 che sarà effettuata nelle prossime settimane dovrebbe tenere conto della capacità contributiva media delle famiglie nei diversi territori, per offrire più risorse agli atenei delle zone più povere. A non funzionare, comunque, è la regola del 20%; priva di controlli e sanzioni, viene ormai ignorata da molti, e in tanti hanno proposto di abolirla guardando ai modelli europei che alzano le tasse a chi può pagarle e moltiplicano gli interventi di sostegno per i meritevoli. Proprio qui, però, si incontra un problema speculare a quello dei contributi. I fondi statali nel 2010 si sono fermati a 99 milioni, il 60% in meno rispetto all’anno scorso, e i programmi 2011 sono ancora più austeri. La fetta maggioritaria dei contributi è regionale (l’anno scorso sono stati 469 milioni), ma non tutti i governi locali viaggiano alla stessa velocità. Per capirlo basta spulciare le rilevazioni dell’osservatorio piemontese per il diritto allo studio: al Nord quasi tutti gli studenti che rispettano i requisiti ricevono anche la borsa di studio, al Sud quattro su dieci rimangono senza contributi pur vendendosi riconosciuto il diritto. Con il taglio delle risorse, la quota delle idoneità «onorifiche» non può che salire. Ancora peggio va nel campo degli alloggi, in cui il deficit investe sia il Nord sia il Sud: su 180mila studenti con i requisiti, solo 36mila ottengono davvero il posto, e otto su dieci sono costretti a cercare soluzioni alternative.

Università senza stipendi

29 agosto 2010 - 10:33pm
da lastampa.it Un rapporto riservato del ministro Gelmini sui costi della manovra economica del governo FLAVIA AMABILE Sulla scrivania del ministro Gelmini è arrivato un dossier riservato che racconta il futuro dell’università italiana dopo i tagli voluti dal ministro dell’Economia Tremonti con il via libera dell’intero governo. Il ministro sa perfettamente che non è l’università che ha promesso in questi anni: le cifre raccolte raccontano il congelamento degli aumenti voluti per premiare il merito. E poi saranno dimezzati gli aiuti agli studenti con le borse di studio, e i fondi a disposizione delle università dal prossimo anno renderanno impossibile pagare gli stipendi dei professori. Innanzitutto il taglio agli aumenti di stipendio, che si riferisce sia agli incrementi automatici annuali legati ai salari del pubblico impiego, sia agli scatti veri e propri. Una misura prevista con questa gravità solo per i prof universitari: non per i magistrati con i quali si è fatta marcia indietro e nemmeno per i prof di scuola a cui almeno è stato promesso di reinvestire i risparmi. Per i prof universitari la manovra approvata a luglio prevede soltanto che ogni docente si troverà nel 2014 nella classe di stipendio del 2010 come se tre anni non esistessero. In questo modo si dovrebbero creare economie di spesa di circa 299 milioni nel triennio 2011-2013 e economie di spesa strutturali per 543 milioni nei tre anni dal 2014 al 2016. Se però si va a valutare il costo per ogni prof delle prime fasce di carriera ci si rende conto che ricercatori e i docenti più giovani perdono circa 500 euro al mese. Gli esperti in calcoli sono indecisi su chi ci perda di più. Se è vero, come sottolineano gli economisti Massimo Baldini e Enza Caruso in un calcolo pubblicato su «Lavoce.info», che «il prezzo più elevato viene pagato dai ricercatori non confermati, per i quali la manovra assume un peso che va dal 26 per cento al 34 per cento sul reddito netto». Insomma un taglio di un terzo di quanto guadagnano. Oppure se i più penalizzati saranno coloro che hanno iniziato la carriera l’anno scorso: 7.659 euro all’anno in termini di mancati aumenti, il 32,7% dello stipendio annuale. Nell’intera carriera – hanno calcolato le associazioni di ricercatori – la perdita sarà di circa 400 mila euro. Ma quel che più crea imbarazzi al ministro Gelmini è il fatto che gli scatti nelle università, per effetto della riforma da lei voluta, non sono più automatici e legati all’anzianità ma alla produttività scientifica e didattica. E quindi cancellarli vuol dire cancellare ogni possibilità di riconoscere i meriti di prof e ricercatori nonostante le promesse di valorizzare i più bravi. E, ancora, i tagli al Ffo, il Fondo di Finanziamento Ordinario, la principale forma di entrata per le università. Nel rapporto preparato per il ministro Gelmini è scritto con estrema chiarezza che i tagli faranno calare il fondo del 14%, da 7 miliardi e 206 milioni del 2010 a 6 miliardi e 130 milioni. Ed è scritto con altrettanta chiarezza che da gennaio le università non avranno soldia sufficienza per pagare nemmeno i professori ordinari e associati. Infine le borse di studio. Un grafico elaborato dalla Direzione generale dell’Università del ministero mostra che nel 2010 sono in calo di 146 milioni, e nel 2011 di altri 24 milioni, portandole al livello più basso degli ultimi dieci anni. Di fronte a questi effetti delle misure economiche del governo, già a fine maggio il Cun, il Consiglio Universitario Nazionale, l’organo che ha il compito di fornire pareri al ministero, aveva criticato con forza le misure economiche del governo chiedendo una decisa marcia indietro. Il dossier preparato dalla direzione generale dell’università ha solo confermato i loro timori.

Università, studenti nella morsa del caro-affitti

29 agosto 2010 - 10:31pm
da repubblica.it AFFITTI sempre più cari. L’ annuale apertura della stagione della caccia al posto letto per gli studenti fuori sede non promette nulla di buono. Nelle zone universitarie più centrali, vicine cioè alla Sapienza, i prezzi medi per le stanze doppie non scendono sotto i 350 euro al mese. Finoa richieste sorprendenti come i 550 euro di piazza Bologna. Quanto alle singole, a San Lorenzo si parte da 450 euro. E da pagare a parte ci sono acqua, luce, gas e riscaldamento: in inverno si supera di gran lunga il mezzo milione di vecchie lire. Per trovare qualcosa a meno – doppie a 270 euro e singole sotto le 400 – bisogna andare a Tor Pignattara, Centocelle o Anagnina. Con le dovute eccezioni. Su Portaportese, il portale di annunci immobiliari, un posto letto nei pressi di Tor Vergata, altra ma decentratissima sede universitaria, costa tra i 300 e i 500 euro. Idem a Torre Maura, Cornelia o San Paolo, nei pressi di Roma Tre. Scendono un po’ i prezzi al Collatino e al Torrino: 250 euro la doppia, 370 la singola. Off limits Prati, Flaminio e il centro: qui si viaggia tra le 500 e le 750 euro a stanza, spese escluse. Valeria Caboi da 5 anni studia a Roma: «Dividevo bagno e cucina con altre 7 persone pagando 500 euro più le bollette per una singola. Un sacrificio fatto solo perché il mio ragazzo sta in uno studentato a Torrevecchia ma dopo le 23 non può più ospitare nessuno». C’ è anche chi racconta di aver visitato appartamenti sulla Prenestina pranzando in corridoio perché il salotto era affittato uso stanza.E chi denuncia d’ aver vissuto in una dependance in giardino senza bagno né fornelli. Per di più con affitti in nero: a Roma la percentuale tocca il 46,4 per cento. Jacopo, 26 anni, condivideva con altri 3 ragazzi due stanze al Pigneto senza contratto: «C’ erano fili scoperti, muri scrostati e condizioni igieniche precarie. La proprietaria ha detto che i lavori avremmo dovuto pagarli noi». Il giro d’ affari del sommerso è milionario e tanti sono gli escamotage per aggirare il fisco: registrare solo una parte di contratto e lasciarne un’ altra in nero, da riscuotere cash alla fine del mese. O tenere sfitta una stanza: nel caso di controlli si potrà sempre dire che lo studente di turno è un ospite. Di fare poi come Jerry Calà nel film degli anni ‘ 80 «Vado a vivere da solo» non se ne parla. Per il monolocale più piccolo le richieste partono da 850 euro. Così gli appartamenti da ostelli per studenti si sono trasformati in caselavoro. L’ età media degli inquilini resta tra i 20 e i 28 anni, quelli dell’ università insomma. Ma negli annunci sono tantissimi gli over 30 a caccia di un letto. Come Carlotta Bolchi: «Ho 40 anni, sono una professionista, ma oggi più di 550 euro al mese per l’ alloggio non posso spenderle». – VIOLA GIANNOLI

Protesta dei precari a Montecitorio “Niente elemosine. Assunzione”

29 agosto 2010 - 10:28pm
da repubblica.it Davanti alla Camera anche una delegazione dalla Sicilia. Arrivata l’adesione della Flc-Cgil: “In serata ci sposteremo davanti al Miur”. Il Cps: “In piazza per evitare qualsiasi tentativo di soluzione localistica e assistenziale” Continuano le iniziative di protesta dei precari della scuola contro i tagli agli organici: un sit-in si sta tenendo nella Capitale, davanti Palazzo Montecitorio, dove è arrivata anche una delegazione di precari dalla Sicilia, docenti e personale Ata. Protestano contro i tagli degli organici previsti dalla riforma Gelmini. Ieri, una manifestazione è stata organizzata a Palermo in piazza Politeama, trasformata in un “cimitero”, con tanto di tombe finte, fiori e lumini, per simboleggiare la morte della scuola pubblica.  All’iniziativa romana partecipa anche Giacomo Russo, uno dei precari palermitani in sciopero della fame dal 17 agosto: “La mia – ha affermato – non è una battaglia dei precari della scuola, ma devo resistere per la scuola e il futuro dell’istruzione pubblica, perché questo governo non è capace di investire sulla conoscenza”. L’operazione prevista dalla legge 133 “non ha alcun senso pedagogico. Si sono stabiliti dei tagli e i decreti successivi – ha aggiunto – sono serviti a sostenere quelle cifre. Ma perché si continua a finanziare la scuola privata?” Russo ha anche espresso la sua amarezza perché il sottosegretario all’Istruzione, Giuseppe Pizza, presente ieri a Palermo, “non si è degnato di chiederci di sospendere lo sciopero della fame”. A questa forma di protesta estrema dell’astensione dal cibo ha aderito anche un’altra insegnante siciliana, Caterina Altamore, docente precaria delle elementari da 14 anni. LE IMMAGINI DELLA PROTESTA In piazza, nella Capitale, ci sono varie sigle sindacali: oggi, in particolare, è arrivata l’adesione dell’Rdb-Usb scuola. Ma soprattutto è presente la Flc-Cgil, l’organizzazione che nella scuola vanta il maggior numero di tessere. Il sindacato dei Lavoratori della conoscenza ha anche annunciato che “in serata la protesta si sposterà sotto la sede del Miur”. A Montecitorio il sit-in è animato anche da diverse associazioni e movimenti di settore, tra cui il coordinamento precari scuola di Roma: il Cps spiega che è in piazza “per evitare qualsiasi tentativo di soluzione localistica e assistenziale: non accettiamo elemosine (il riferimento è al decreto salva-precari che dovrebbe garantire circa metà dello stipendio ad almeno 20mila precari non confermati ndr) che servano a tirare a campare ancora un anno nel precariato, ma vogliamo l’assunzione a tempo indeterminato e il ritiro dei tagli”. Nel pomeriggio si riunisce l’Osservatorio permanente dei precari della scuola, per fare il punto della situazione e decidere ulteriori forme di lotta: l’obiettivo è anche organizzare un’attività di monitoraggio alle prossime convocazioni, per garantire la regolarità delle procedure, la trasparenza delle disponibilità e la non assegnazione di incarichi eccedenti le 18 ore previste dal contratto nazionale. Secondo Francesco Cori, del Cps, a livello nazionale “sono a rischio più di 20 mila precari: per questo ci riuniamo, per verificare la regolarità delle convocazioni e fare pressioni sull’ufficio scolastico. Siamo pronti a rioccupare via Pianciani”, dove sono collocati l’ufficio scolastico regionale e provinciale. Intanto, prosegue la protesta a Palermo. Da oltre dieci giorni docenti e collaboratori scolastici stanno dando vita a un sit-in in via Praga, dove ha sede l’ufficio scolastico regionale. Manifestazioni e mobilitazioni anche a Catania, Trapani e Messina. E a Pisa stamani c’è stato un blitz della Rete dei precari della scuola al liceo scientifico ‘Ulisse Dini’ di Pisa durante le nomine per le supplenze annuali. Davanti a circa 200 persone Andrea Moneta, rappresentante dei precari, ha interrotto le operazioni e srotolato uno striscione con la scritta “Scuola pubblica, bene comune”. Per alcuni minuti ha poi illustrato i motivi della protesta per i tagli alla scuola pubblica ricordando che “sono stati cancellati 25.600 posti di docenti e 15 mila di Ata da aggiungere ai 42.100 docenti e 15 mila Ata già tagliati lo scorso anno”.

Lettera Aperta de* Ricercator* dell’Università degli Studi di Palermo

17 agosto 2010 - 12:04am
Cari studenti, cari genitori, care famiglie, l’Università italiana vive una gravissima crisi, ma l’informazione è poca e molto spesso viene manipolata ad arte. Si parla di meritocrazia e di nuove assunzioni, di fannulloni e di sprechi, di baroni e di nepotismo, ma questo governo e quelli precedenti, dietro il pretesto di una riforma, si sono [...]

Napoli – Appello per la necessaria ribellione alla sopravvivenza

17 agosto 2010 - 12:04am
Università senza condizione: dal blocco della sessione estiva alle prospettive di lotta per settembre – L’approvazione della manovra finanziaria (prevista per il 15 Luglio tramite l’utilizzo del voto di fiducia) che il Ministro Tremonti ha messo in piedi in quattro e quattro otto per rispondere alla richiesta di Austerity dell’Unione Europea e che prevede il [...]

Università: riforme e dintorni

17 agosto 2010 - 12:04am
Raccolta di articoli dal Corriere della sera http://www.uniriot.org/uniriotII/index.php?option=com_content&view=article&id=1808:universita-riforme-e-dintorni&catid=88:rassegna-stampa&Itemid=282

Università, povero ricercatore sottopagato e sfruttato ma indispensabile

17 agosto 2010 - 12:04am
da repubblica.it L’università intera si basa su questa figura, ormai non più giovane, che ha pochi fondi a disposizione ma è costretta a fare il lavoro del docente di BENEDETTA TOBAGI Non sono più giovanissimi: hanno in media 45 anni. Il loro lavoro nelle università statali e negli enti di ricerca pubblici amplia gli orizzonti [...]

Pdl, via il valore legale della laurea: «Ostacola la concorrenza virtuosa»

17 agosto 2010 - 12:04am
da l’unità Via il valore legale della laurea: mette tutti i laureati sullo stesso piano, mortificando le qualità dei più bravi, ed è di ostacolo ad una ‘concorrenza virtuosa’ fra atenei, schiacciando verso il basso l’offerta formativa. Ne è convinto il deputato del Pdl Fabio Garagnani, primo firmatario di una proposta di legge che delega [...]

La fine del posto stabile Solo al 6% dei neolaureati

17 agosto 2010 - 12:04am
da repubblica.it Scende a minimi assoluti la quota dei giovani che entrano in azienda con un contratto a tempo indeterminato. Sei anni fa erano più del triplo. Lo stage diventata la prima modalità di inserimento. Per chi viene assunto, la prima paga oscilla tra i 22 mila e i 26 mila euro. La migliore retribuzione [...]

Gelmini contro le proteste dei docenti “Indecoroso se danneggiano studenti”

17 agosto 2010 - 12:04am
da repubblica.it Il ministro della Pubblica istruzione attacca i professori: "Se si lamentano non è giusto che debbano pagare gli alunni impossibilitati a fare esami". E assicura: "Nessun taglio alle risorse ma una diversa distribuzione" Gelmini contro le proteste dei docenti "Indecoroso se danneggiano studenti" Il ministro della Pubblica istruzione, Maria Stella Gelmini VIAREGGIO (Lucca) [...]